La Crociera Aerea del Decennale del 1933 
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Italo Balbo - La Centuria Alata

Italo Balbo - La Centuria Alata

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Articolo: Capitolo III - L’attesa d’Orbetello

Il 4 giugno si inaugura a Ferrara l'anno ariosteo. E’ una buona occasione per un altro volo di allenamento, per assistere al Palio di S. Giorgio che raduna in città molti amici miei lontani e dà un carattere di fantasia cavalleresca e di poesia ai giorni della vigilia. Ma soprattutto la visita a Ferrara mi serve per il saluto alla mamma. Ho bisogno di vincere le emozioni troppo forti. La cornice di festa che mi offre Ferrara, mi permetterà di nascondere nel momento dell'addio il tumulto interno del cuore. Del resto non ho che specchiarmi nel viso luminoso e sereno di colei che mi ha messo al mondo a sua immagine e somiglianza; donna a cui il destino riserba, negli anni più tardi, il compito di salutare il figlio partente per le più strane contrade del mondo, con semplice e sicura fierezza.

La giornata, piena di tanto contrasto, si chiude con questo addio, che invece di turbarmi mi esalta. Mentre abbraccio e bacio la mamma, e le dolci sorelle, passano sotto le finestre della mia casa i cortei rionali del Palio con le orifiamme al vento, con le torcie e le musiche, nei costumi pittoreschi del secolo d'oro, quando Ferrara era un miracolo primaverile di bellezza.

Addio città del sogno! Maggiori compiti premono.

Ancora una settimana alla capitale. Il giorno 12 assumo il comando della Squadra di Orbetello.

All'idroscalo del Lido di Roma attendono, presso il mio apparecchio atlantico, gli altri due idrovolanti che faranno parte dello Stato Maggiore della Crociera come aiutanti ed esploratori: sono gli apparecchi del capitano Biseo e del capitano Questa.

Entrambi presero parte alla precedente Crociera. Nella formazione della attuale Squadra Atlantica essi seguiranno immediatamente l'uno a destra e l'altro a sinistra il mio apparecchio. Conto di adoperarli per speciali compiti: ad esempio nel caso di nebbia essi potranno essere inviati in perlustrazione a diverse quote. In caso d'avaria della mia radio, potrò servirmi della loro, trasmettendo all'I-Bise o all' I-Ques i dispacci con la lampada Donath. Sono due ottimi ufficiali: Biseo è da anni aiutante di volo del generale Valle, capo di Stato Maggiore, e ha una riconosciuta competenza tecnica e anche un fervido estro inventivo: un magnifico strumento di precisione dei nostri idrovolanti porta il suo nome. Il capitano Questa è un navigatore d'eccezione: aviatore marino per eccellenza, è meglio conosciuto in Aeronautica col nome di Pigafetta: “mugugnone” ligure, della razza dei tenaci lupi di mare camoglini, un po' brontolone, ottimo, candido cuore. L'uno e l'altro simpaticissimi. Alla fine della Crociera non avrò che a lodarmi di loro, ne sono sicuro.

Partiamo in formazione. Sono le dieci del mattino: il cielo è limpido: il biondo Tevere conduce l'occhio verso la grande distesa di Roma, un barbaglio di luci cinerognole, dominate dalla gran cupola.

Due anni fa mia moglie venne a salutarmi ad Orbetello allorché lasciai definitivamente Roma. Questa volta non le regge l'animo di assistere alla mensa di addio. Non vuole tradire l'affanno interno del cuore, davanti ai miei compagni di volo. Viene invece a Ostia. Io condivido con i miei aviatori la gentile superstizione che le persone care al cuore, e più vicine a noi, portino buona fortuna. Chi più di loro potrebbe accompagnare con fervidi voti il destino? Così la faccio salire nel mio apparecchio, la faccio sedere al mio posto, toccare con le mani i comandi: voglio che il suo spirito prenda possesso del mio piccolo nido aereo, e quasi vi resti aderente: nelle lontananze atlantiche volerà con me verso la buona stella. Sul cruscotto è un trittico fotografico: la vecchia mamma, mia moglie, i miei bambini. Minuscole immagini che splendettero di blanda luce anche nella notte di Bolama davanti ai miei occhi. Manca il ritrattino di Paolo, il mio bimbo più piccolo, l'ultimo nato, dalla bionda chioma ribelle, che io chiamo Garibaldi: un batuffolo di carne rosea, di tre anni. Mia moglie vuole che anche la sua immagine non manchi: perché questa parzialità? Ma io le spiego che solo le donne, secondo la mia convinzione personale, hanno il compito di portar fortuna: le donne... esseri gentili, i più deboli della creazione: gli uomini non contano: e Paolino è un uomo. Ma mia moglie insiste. Debbo cedere. Anche Paolo avrà il suo ritrattino sul cruscotto.

L'addio è breve. Gli aviatori non indulgono troppo al cuore che si intenerisce. Un abbraccio. Quando poco dopo passo col rombante apparecchio sul redan dalla foce verso monte, a pochi metri dalla banchina dell'idroscalo, vedo mia moglie. Sporgo una mano dal finestrino. Un attimo: addio!

Mentre l'apparecchio corre veloce sull'acqua e già il redan ora tocca ora non tocca la liquida superficie, nel punto in cui sta per librarsi in aria, avvertiamo un colpo sordo sotto lo scafo destro: che cosa è successo? Qualche cosa di solido ha urtato contro l'apparecchio, lanciato in velocità a oltre 120 chilometri all'ora. Un momento di sospensione e per fortuna siamo in aria. A Orbetello constateremo che la fascia di rame che copre la parte inferiore del redan è fortemente ammaccata. Probabilmente un pezzo di legno galleggiava sul fiume e noi l'abbiamo urtato quando già l'idrovolante stava per librarsi, sfiorando appena l'acqua. Se lo avessimo urtato qualche secondo prima, con lo scafo immerso per tre quarti, all'inizio del decollo, l'urto sarebbe stato fatale: lo scafo non avrebbe resistito: una sciagura sarebbe stata forse inevitabile, almeno per l'apparecchio. Capriccio, per fortuna, benigno, della sorte!

Trenta minuti di volo. Ecco il monte Argentario, il lago di Orbetello. L'apparecchio sfiora l'acqua dolcemente.

Sul grande quadrato bianco dell'idroscalo sono allineati, su due file in due gruppi, corrispondenti al 1° e al 2° stormo, gli equipaggi della Crociera. Alle loro spalle si innalzano i giganteschi profili argentei degli idrovolanti, schierati fuori dagli hangar su tre linee orizzontali. Le armature dei primi otto si intrecciano in bizzarro gioco di prospettiva con gli otto seguenti: degli ultimi lampeggiano in alto le eliche metalliche dai bagliori d'argento. I castelli motori hanno un che di aereo, innalzati come sono, sulle bianche ali distese. Mostri alati dall'architettura geometrica, essi coprono quasi completamente il frontone degli hangars. Gli equipaggi arrivano appena alla linea degli scafi. La scena è pittoresca e grandiosa.

Squillano sullo spiazzo dell'idroscalo i segnali dell'attenti. Lampeggiano come stelle gli occhi arditi, immobili e fissi. Tutto è semplice, e insieme solenne. Il generale Pellegrini mi presenta « cento cuori d'acciaio ». Rispondo con brevi parole attenendomi alla nuda sostanza dell'evento: ogni forzatura retorica stonerebbe:

« Ufficiali, sottufficiali, primi avieri!
« Assumo da oggi il comando delle vostre otto squadriglie con il fermo proposito di portarle alla vittoria sui cieli del nord atlantico.
« Rivolgo come primo atto un affettuoso pensiero ai camerati strappati dalla morte alla nostra Centuria. Essi, guidati dall'indimenticabile colonnello Umberto Maddalena, vigilano dall'infinito sulle sorti della nostra impresa orgogliosa.
«A tutti voi, ufficiali, sottufficiali e primi avieri, il mio saluto di comandante e di compagno. Conosco bene il vostro valore, da quello del generale a quello dell'ultimo specializzato e mi appresto a guidarvi con animo assolutamente tranquillo.
« Non mi nascondo le enormi difficoltà che ci attendono : ma so di poter contare sul vostro assoluto spirito di dedizione alla gloriosa Aeronautica italiana.
« Voi tutti comprenderete certo di quale missione di prestigio nazionale e di umano progresso noi siamo investiti e perciò sono sicuro che non sarete inferiori al destino che ci attende qualunque esso sia, ma sempre destino di pionieri.
« Ufficiali, sottufficiali, primi avieri!
« Sotto il cielo azzurro della Patria ripetiamo ancora una volta il giuramento di essere degni soldati del Re Vittorioso, nell'atmosfera di romana grandezza creata dal Duce dell'Italia Fascista.
« Camerati : A Noi ! ».

Risponde un grido solo: «A Noi!» Il vento e il cuore ne trasportano l'eco, da queste spiagge solitarie per tutti i cieli marini che la fantasia spalanca davanti ai nostri occhi. Potente musica del sentimento che scande il tempo coi battiti del sangue alle nostre tempie. Coro d'anime incondizionatamente abbandonate sino all'olocausto. Ma il ciglio è asciutto e immobile. Questi 115 uomini presentano una maschera virile, quasi dura.

Quindi si avanza don Carlo Ferrari, il cappellano dell'idroscalo, tanto familiare ai nostri equipaggi. La benedizione divina scende sugli uomini e sulle macchine. Ancora uno squillo. La formazione si rompe. I giovani piloti sono tutti intorno a me con un sorriso che brilla negli occhi.

Gli apparecchi destinati alla Crociera sono ufficialmente 24: ve ne è un 25° di riserva, che dovrebbe accompagnarci soltanto fino a Reykjavik, i cui uomini sperano di compiere con noi l'intera Crociera. Così i trasvolatori atlantici sono 100. A questi sono aggiunti altri 15, tra ufficiali e sottufficiali, che partiranno pure con noi da Orbetello. Vi è, nel mio apparecchio, il maggiore Pezzani del Genio Aeronautico, la cui esperienza tecnica è tale che può, durante il volo, consigliare per radio quali provvedimenti siano necessari per imprevisti urgenti in aria. Vi è il sottotenente ing. Antonio Chiodi, pilota di complemento in servizio di prima nomina, che ha chiesto e ottenuto di volare con noi e provvederà al servizio cinematografico da bordo lungo tutto il percorso della Crociera. Inoltre parteciperanno al volo fino a Reykjavik alcuni specializzati meccanici e montatori, destinati alle basi europee. In tutto, su 25 macchine, gli equipaggi ammontano a 115 uomini.

Da oggi iniziamo l'esistenza in comune nella atmosfera di cameratismo che io ben conosco. Amo questa vita da soldato, regolata su orari precisi dalla sveglia crepuscolare al riposo massiccio, con il tempo distribuito in anticipo, le briose ore di mensa e di ritrovo, l'anima in faccia, l'aria marina nei polmoni, un rapporto umano elementare, fatto di forza e di cordialità. Tutto si concentra entro il chiuso dell'idroscalo: il mondo esterno, da cui ci separa il piccolo muretto della cinta, è più lontano della lontana America. Si familiarizzano le abitudini e i gusti. Ciascuno di noi conosce i reconditi pensieri dell'altro: è la vita ridotta a natura, riflessa in limpido specchio. Dove è la fiducia di uno è quella di tutti; non esistono ambiguità o insidie o rimpianti del destino. E’ un fardello che abbiamo deposto alla porta dell'idroscalo. Qui siamo tutti presi dal compito che ci attende e non pensiamo ad altro.

Quest'anno, più degli anni scorsi, impediremo al pubblico estraneo di mettere piede nel recinto dell'idroscalo. Le visite distraggono e fiaccano. Bisogna ripetere cento volte le stesse cose. E aver l'aria di essere consolati consolando gli altri.

Dice il cartello affisso alla porta dell'idroscalo:

“Tutti gli amici e camerati che vengono gentilmente a salutarci, intralciano il nostro lavoro di preparazione e ci fanno perdere tempo prezioso. Li preghiamo di proseguire e di rinviare il loro saluto al nostro ritorno”.

Del resto il “nido delle aquile” di Orbetello sembra un parco, con grandi edifici nel mezzo - gli hangars, le caserme, la scuola. Gli alloggi sono in palazzine sparse su una piccola città giardino. Grandi viali corrono intorno ad aiuole in fiore. Gli alberi e i cespugli danno incanti di verde.

Prendo possesso della mia candida stanzetta in una delle cinque nuove palazzine costruite in questi ultimi anni per ospitare gli ufficiali dell'Alta Navigazione. Rassomiglia un poco alla cabina di un piroscafo. Semplice e nuda, ha lo stile adatto a questa vita attiva, la quale esclude ogni inutile eleganza.

Affrettiamo gli ultimi preparativi. Ecco le gru meccaniche allungare il braccio mostruoso sullo scivolo, farlo scendere delicatamente sull'apparecchio, acciuffare il nodo dell'imbragatura e alzare in aria, con agevole manovra, il povero grande airone preso al laccio. Questo sta sospeso per qualche minuto con la grande cresta delle eliche impennata sui motori, le ali in bilico, i due scafi asciutti come zampe di palmipedi contratte dallo sgomento. Poi il braccio della gru, mentre si sgrana rotolando fragorosamente la catena, deposita a fior d'acqua il suo fragile fardello di sei tonnellate: l'idro finalmente dondola e si colloca sul limpido specchio, fa un giro intorno a se stesso, viene preso a rimorchio, se ne va docilmente all'ormeggio. Subito una barca si accosta, carica di latte di benzina, altre lo raggiungono con l'olio, altre con l'acqua dei radiatori, altre con il pacco dei viveri di riserva. Questo carico si prepara a portar sulle nuvole: per ogni tappa un quantitativo di chilogrammi di benzina pari al numero dei chilometri (tanto consumano i motori) più un terzo (che costituisce la riserva): per la prima tappa circa 2000 chili di benzina, più 60 chili di acqua distillata, più l'olio, più i bagagli, più i viaggiatori, più i pezzi di ricambio... L'acqua distillata serve per i radiatori, ma in caso di forzato ammaraggio nell'oceano, può servire anche per gli equipaggi: quando si ha sete non si guarda troppo per il sottile al gusto dell'acqua. I viveri di riserva consistono in gallette da marinai e cibi in scatola: possono nutrire quattro uomini per una settimana, purché si contentino di vivere... per non morire. La posta quest'anno è stata organizzata in modo più razionale. Me ne sono occupato io stesso personalmente in lunghe conferenze con il Ministro delle Comunicazioni, e con competenti di filatelia. Questa, che rappresenta la mania piú diffusa, piú innocente e insieme piú dispendiosa del mondo, ha una grande importanza per imprese come la nostra Crociera. Prima di tutto, il francobollo speciale rimane come un segno, un ricordo, che i raccoglitori conservano con cura gelosa per i secoli venturi. Pochi cimeli hanno una sorte piú fortunata e piú sicura. Poi la vendita del francobollo dà un utile certo che dura per anni e ci permetterà di sopperire almeno in parte alle spese della Crociera. Invece di un francobollo solo, come fu fatto nella Crociera precedente, sarà lanciata una serie completa di cinque tipi: e ogni tipo ha tre francobolli, a vari disegni e prezzi. Essi sono già in vendita nei pubblici spacci. Cosi aumenterà certamente, questa volta, il peso della posta atlantica. Ogni apparecchio ne può portare sino a 100 chili.

Il « sacco Belloni » già sperimentato con fortuna alla Spezia, permette di restare a galla, anche senza muoversi, per lungo tempo. E costituito da borse d'aria che si gonfiano con il fiato in brevi istanti. E impenetrabile al freddo e all'umidità. Può contenere un po' di viveri nelle tasche interne. Ha un cappuccio con cui si può proteggere anche la testa. Se, dopo un fortunoso ammaraggio, gli equipaggi dovessero abbandonare l'apparecchio sinistrato, potrebbero restare in acqua per il tempo necessario al sopraggiungere dei soccorsi.

Curioso destino ebbe poi questo « sacco »! Proprio alla vigilia della tappa atlantica in cui piú avrebbe dovuto servirci, a Reykjavik, fu scaricato inesorabilmente, insieme con tutti gli altri oggetti non indispensabili, il cui peso ci obbligava a prolungare i tempi di decollo!. L'uomo propone e... l'Atlantico dispone.

Una certa precauzione dobbiamo avere per gli indumenti da portare con noi: passeremo infatti dal caldo torrido del clima continentale alle spietate temperature del circolo polare: naturalmente anche le maglierie sono ridotte al minimo. Amiamo volare senza impicci. Il bagaglio grosso per le inevitabili cerimonie è già partito per l'America.

Queste operazioni, che sono un po' lunghe a descriversi, si svolgono a Orbetello in meno di due giorni. Io desidero non perdere la prima occasione propizia di tempo sereno per spiccare il volo.

Dal 14 giugno tutti i giorni diventano buoni. Purtroppo le notizie che riceviamo non sono favorevoli. La stagione è arretrata di circa un mese nelle zone settentrionali dell'America. L'Alice non è ancora riuscita a raggiungere Cartwright a causa dei ghiacci galleggianti, che la corrente del Golfo trasporta verso il sud. Continua penosamente la sua navigazione da Terranova al Labrador. Tra l'una e l'altro è lo stretto di Belle Isle, un braccio di mare ben conosciuto dai navigatori del Nord, perché spesso ingombro di ghiacci che ne rendono problematico e pericoloso il passaggio. Di solito fino a tutto il mese di maggio i ghiacci non si sciolgono e formano una specie di banchisa polare. Ma ai primi di giugno il passaggio dovrebbe essere con-sentito: una navigazione accorta e presente permette, per lo piú, alle prime navi di avvicinarsi alla costa del Labrador desolato, finché al sopraggiungere dei primi calori estivi, lo scioglimento dei ghiacci procede con rapidità maggiore e qualche volta in pochi giorni la bianca diga cristallina della banchisa svanisce come una meteora... Cosi purtroppo non accade in queste prime settimane di giugno. L'Alice anzi, dopo un vano tentativo di attraversare lo stretto di Belle Isle, premuta da ogni parte dalle montagne galleggianti, deve fare marcia indietro e ripararsi nella Grignet bay. Per giorni e giorni il comandate della nave, gli ufficiali e i giornalisti che vi sono a bordo, nonché i rudi marinai maremmani che pur vorrebbero dar prova di buona volontà, debbono contemplare davanti a sé a poche miglia di distanza la costa del Labrador, contemplarla ed agognarla senza raggiungerla. Le squallide montagne nevose della nuovissima terra promessa, li sottopongono a una specie di supplizio di Tantalo. Passano cosi il 13, il 14, il 15 giugno.

Il giorno 16 le notizie della nave ci dicono che forti venti di levante non cessano di spingere alla deriva enormi ghiacci galleggianti contro le coste del Labrador e che una navigazione del nostro yacht potrebbe di-ventare pericolosissima. Due piroscafi (uno di 12.000 tonnellate) sono naufragati urtando contro un iceberg. Altri sono stati danneggiati. Vi è fitta nebbia sulle coste settentrionali del Canada e sullo stretto di Belle Isle.

Certa stampa internazionale già lancia per il mondo la notizia che la nostra nave è stata seriamente danneggiata, urtando contro invisibili secche marine. Per fortuna sono fantasie senza fondamento o malignità di gente che spera nel fallimento dell'impresa italiana.

Ma è vero che non possiamo muoverci da Orbetello finché l'Alice non sia arrivata a destinazione. Essa costituisce la nostra stazione radiotelegrafica, il nostro centro di rifornimento di carburante, il deposito del nostro materiale di riserva ed anche la nostra casa galleggiante a Cartwright. Se sparisse l'Alice, l'impresa diventerebbe problematica se non impossibile: verrebbe a mancare la base di Cartwright e non resterebbe più tempo utile per attenderne la sostituzione prima di iniziare la tappa atlantica. Cartwright è su una costa desolata, con 20 baracche di legno, una baia deserta d'inverno, che d'estate si trasforma in stazione di pesca. Non ha mezzi di comunicazione. E isolata dal mondo.

Crudele incertezza. Viviamo giorni di ansietà. Debbo cominciare a far forza sui nervi, e questo sarà il più penoso e lungo esercizio della Crociera. Il giorno 16 mi decido ad inviare all'Alice un rompighiaccio che conduca a destinazione materiale e giornalisti. Fortuna volle che proprio un rompighiaccio, l’Ungava, si trovasse nella baia di San Giovanni di Terranova insieme con il Senef, la piccola nave-cisterna della Stardard Oil Company. Non c'è da scegliere. Passo l'ordine di adoperare l'Ungava. L'Alice non ha compartimenti stagni. Stazza appena 900 tonnellate. L'urto con un iceberg la farebbe calare a picco immediatamente. Né vi è la speranza che anche nelle settimane seguenti scompaiano le montagne galleggianti. Perdura su Belle Isle l'area di bassa pressione. Ma occorrono almeno 4 giorni prima che l'Ungava possa raggiungere l'Alice nella Grignet bay. Ne occorreranno almeno altrettanti perché insieme giungano a Cartwright. Noi siamo bloccati a Orbetello. Ci alleniamo al supplizio delle attese estenuanti. Seguiamo con trepidazione la difficile manovra dello stretto di Belle Isle. L' Ungava raggiunge l'Alice. Questa scarica sul rompighiaccio tutto il carburante, il materiale di riserva, il personale della base di Labrador, i giornalisti. Ora non resta sull'Alice che l'equipaggio: qualunque sia la sorte che lo attende, il destino della Crociera è garantito perché l'Ungava non teme i ghiacci. L'Alice avrebbe dovuto raggiungere il Labrador non appena lo stretto di Belle Isle fosse sgombro. Accade invece questo fatto straordinario: che la piccola nave italiana, appena alleggerita del suo carico prezioso, volta arditamente la prua verso Cartwright e manovrando con eccezionale abilità passa attraverso gli icebergs i canali della banchisa, attraversa lo stretto ed arriva prima del rompighiaccio, prima di qualsiasi altra nave della stagione, al piccolo paese che da settimane e settimane voleva raggiungere. Mi arriva un trionfale telegramma del comandante Balilla Longo. L'imprudenza è stata grande e grande il pericolo. Ma che fare? Siamo già nel clima della Crociera, un clima di ardimento, in cui il successo tutto giustifica quando è fatto per l'onore della bandiera. Invece di un rimprovero gli radiotelegrafo un elogio. L'Alice ha battuto il rompighiaccio. Non appena questo arriva con gli uomini e il materiale, tiriamo un gran respiro: la base di Cartwright è a posto!

Nel frattempo come passano i giorni di Orbetello? L'indugio pesa sull'animo degli equipaggi che ogni giorno aspettano l'ordine di partire. Ma nessuno tradisce l'interna impazienza. Io sono più che mai deciso a predisporre le condizioni di massima sicurezza del volo. Meglio un ritardo di qualche giorno che un'avventura alla cieca.

Inoltre il maltempo si è concentrato sulle Alpi. Approfittiamo del forzato indugio per le prove quotidiane dei servizi radiotelegrafici. Mi tengo in continua comunicazione con le radio-stazioni del continente europeo e dell'America. Più di 30 stazioni in Italia, in Olanda, Inghilterra, Islanda, Groenlandia, Labrador, Canada e Stati Uniti sono già in contatto con Orbetello.

Qualche eccezione alla severa proibizione di introdurre gli estranei nell'idroscalo è stata fatta nei giorni dell'attesa. Viene ad Orbetello il Segretario del Partito Achille Starace, insieme con i vice Segretari Adinolfi e Marpicati e il Segretario amministrativo Mannelli. Come già per la precedente Crociera, il Partito consegna la tessera ai piloti. L'intera Squadra atlantica è allineata sullo spiazzo dell'idroscalo agli ordini del colonnello Longo che dà l'attenti non appena i gerarchi del Partito, accompagnati da me e da Pellegrini, si presentano per la consegna delle tessere. Non si fanno discorsi. Presento la mia gente a Starace ed egli spiega brevemente il significato altissimo che il Partito attribuisce a questa cerimonia. L'impresa porta il nome del Decennale della Rivoluzione. Il Fascismo la iscrive tra i suoi fasti più gloriosi. Ogni pilota è un messaggero alato della fede che da Roma irraggia sul mondo. Collaboreremo al progresso della civiltà e alle relazioni pacifiche tra i popoli. Missione che risponde al destino della nostra razza.

Il Segretario del Partito, che è essenzialmente un soldato, non nasconde l'intima gioia di trovarsi fra soldati. Questi giovani sono gli squadristi dell'aria. Compiranno la traversata oceanica in camicia nera. Porteranno agli italiani di oltre oceano un messaggio di fraternità e daranno esempio di alto spirito fascista. Nella precedente Crociera Starace, che era Vice Segretario del Partito, mi portò alcuni amuleti: questa volta è arrivato con un portafortuna veramente regale, che non manca di utilità pratica. Si tratta di un enorme dente di cinghiale che finisce con uno spunta sigari. Noi che, come tutti gli aviatori, ci gloriamo di fare i superstiziosi senza esserlo, facciamo una gran festa al talismano. Chi crede davvero alla jettatura? Nessuno. Ma è un giuoco che diverte. E poi... non si sa mai! Il taglia sigari ci servirà. Chissà quanti sigari dovremo fumare prima di giungere in America!

A proposito di portafortuna contro la cattiva sorte, quello di Starace apre la via a molti altri. Il Quarto Raggruppamento delle Camicie Nere, che comprende quasi tutta la Milizia del Mezzogiorno, mi invia un magnifico corno di corallo, sul quale con fine lavoro di oreficeria è stato inciso il motto «Sciù sciù, ciuvette!» Me lo faccio tradurre : « Via, via, civetta!» si intende, esso esprime l'augurio che nessun uccello del genere si avvicini a noi durante il volo transoceanico. Senonché, o amici nostri lontani, non sarà facile incontrar civette sull'Atlantico, o in Europa, a qualche migliaio di metri di quota: è più probabile che di civette troviamo abbondanza su terra, quando da scalatori di nuvole torneremo modesti pedoni sui marciapiedi delle città... Non importa. Il dono ci porterà fortuna. Io che non credo ai talismani, regalo l'ultimo arrivato a Longo, che lo attacca con vera compunzione al suo apparecchio.

Quanto divertono le trovate dei veri e falsi superstiziosi!

All'idroscalo vi è un piccolo campionario zoologico che va dalle due romantiche gazzelle al povero « Marco ». Quest'ultimo è un mite asinello, dall'umore capriccioso, dagli occhi umani e lenti. Qualche pilota in questi giorni ha vinto l'indugio dell'attesa, dipingendolo a strisce bianche e nere come una zebra. Marco alza ora un orecchio, ora l'altro. Non capisce bene che cosa lo aspetti. Ma è accogliente e benigno.

Vicino a Orbetello, a Montalto di Castro, sono nel loro castello il marchese e la marchesa Guglielmi, entrambi a me carissimi, che ardono dalla voglia di venirci a trovare. Ma come si fa? La consegna è uguale per tutti. Nell'idroscalo non entrano estranei. Però Guglielmi ha trovato un buon stratagemma. Sono ospiti suoi alcuni diplomatici illustri, d'America e d'Inghilterra. Un giorno ci viene appunto riferito che alcune personalità sono al cancello e chiedono di entrare. Non si può non introdurle subito e con tutti gli onori. Entrano cosi l'Ambasciatore degli Stati Uniti, mister Long, accompagnato dal consigliere Alexander Kirk e dal capitano Frances Brady, addetto aeronautico, nonché sir Graham, con lady Graham, Ambasciatore e Ambasciatrice del Regno Unito: naturalmente dietro di loro sono i marchesi Guglielmi, che passano insieme con gli ospiti... Non posso non rallegrarmi con Guglielmi per il suo stratagemma. Tutti sono da noi festeggiatissimi. Li conduciamo sullo spiazzo dell'idroscalo dove soffia un vento da libecciata livornese che incolla gli abiti ai ginocchi delle signore e rende loro difficile il passo. In qualche momento temiamo che qualcuna prenda il volo. Ma esse sono raggianti. Gli apparecchi, già da molti giorni completamente riforniti ed allineati nella bella disposizione di volo, sono adagiati nell'acqua sino alla linea massima di immersione. Spiego agli ospiti che oltre al carburante, hanno un numeroso materiale di riserva e persino eliche metalliche di ricambio. Quegli alti personaggi non si saziano di chiederci particolari e notizie. Vorrebbero anche visitare la caserma. Ma gli avieri non sono presentabili nell'ora del lavoro. La loro uniforme da fatica è costituita da un paio di mutandine da bagno. Conduco invece gli ospiti al bar dove offriamo loro il solito vermouth diluito... L'Ambasciatrice e la marchesa Guglielmi hanno visto in mano di qualche ufficiale le fotografie degli apparecchi. Siamo lieti di offrirne loro qualcuna e le facciamo firmare da tutti gli Atlantici. Le signore sembrano felici. Io conosco la loro squisita bontà: particolarmente esprimo a lady Graham, che lascerà tra qualche giorno l'Italia, il rincrescimento di quanti hanno avuto la fortuna di conoscerla in questi anni di sua permanenza nel nostro paese. Alla marchesa Guglielmi, che io so infaticabile nelle opere di bene e personalmente ho visto all'Istituto dei Ciechi di Guerra che ella presiede con cosi alto spirito di gentilezza, dico a nome degli Atlantici la nostra gratitudine per le sue parole augurali.

La breve visita si conclude e gli ospiti partono rinnovando gli auguri.

La disciplina all'idroscalo di Orbetello è molto rigida. Io però non penso affatto a mortificare i miei uomini nelle loro giovanili esuberanze. Un formalista pedante costituisce quasi sempre un pessimo pilota. Con lo scherzo non solo è permesso, ma incoraggiato: vogliamo vincere in letizia. I piloti si stuzzicano l'uno con l'altro: botte e risposte volano in aria come razzi. L'ottanta per cento di codeste pizzicature hanno per argomento... che cosa? Tra i venti e i trent'anni, quando si è sani e allegri, quale altro, all'infuori della donna, può essere il pensiero dominante? Cosi ad Orbetello è una continua evocazione di ombre, vere o immaginarie. Chi non ha conquistato, conquisterà. E il destino degli aviatori. Ecco che ad ingannare l'attesa snervante, una signorina che mantiene l'anonimo ma si assicura bellissima, invia all'aeroporto di Orbetello un'artistica targa di avorio con l'effigie della Madonna e con un'aquila che tiene nel rostro la bandiera ita-liana. La Madonnina è destinata al pilota senza innamorata i. Grande delusione. A chi si destinerà? Molti autocandidati fanno i verginelli. Sono smascherati senza pietà. Vince la targa il capitano Cadringheri che passa per il più degno. Egli è un valoroso aviatore. Ha fatto la Schneider del '28 e scese a Calshot col parabrise nero di fumo, miracolosamente incolume. E’ collega dell'altro velocista, il capitano Lippi, che alla Scuola di Alta Velocità di Desenzano ha superato i 500 Km. orari e come tale si meritò il distintivo rosso col V. Oggi anch'egli è felice di poterlo cambiare con l'A dell'aquila atlantica. I voti convergono dunque su Cadringheri. Ma è proprio certo che il capitano Cadringheri si trovi nelle condizioni precisate nella dedica della Madonnina? Egli è un robusto giovinotto della provincia di Sondrio e siamo un po' scettici sulle sue qualità di misogino. La targa era ambita anche dal mio concittadino capitano Frabetti. Ma la sua barba da moschettiere, che gli dona ora l'appellativo di Porthos ora quello di d'Artagnan, tocca il cuore di troppe ragazze per farci credere che egli sia veramente senza innamorata.

Il Ministro dell'Aviazione di Francia, Cot, m'invia il giorno 16 un cordiale messaggio: « Se il vostro itinerario di ritorno» dice tra l'altro «vi permettesse di prevedere uno scalo a Parigi ovvero in qualsiasi punto delle acque francesi, noi saremmo felici di accogliere sul nostro territorio i vincitori dell'Atlantico ».

Rispondo che il saluto dei camerati di Francia, espresso con tanta schietta simpatia, trova in noi uguale rispondenza: « Il vostro messaggio mi ha profondamente commosso e ha commosso pure gli equipaggi della seconda Crociera Atlantica. Non so quale sarà il nostro destino, ma in ogni momento e in ogni luogo, durante la nostra nuova impresa, ci sentiremo vicino ai camerati della gloriosa aviazione francese. Arrivederci, spero, a Parigi, al nostro ritorno ».

Non manca il saluto della mia città che ancora una volta vuole testimoniarmi la sua fede fascista e il suo fraterno affetto. Telegrafa il Segretario Federale, console Chierici: «I tuoi fraterni compagni ferraresi, le Ca-micie nere che tu hai guidato sempre sulla via del piú duro dovere per la Patria e per il Duce, ti salutano con un grido d'amore che racchiude ogni piú alto augurio, ogni piú ferma speranza. L'anima del Fascismo guerriero, la vera anima fascista, decolla colle tue ali prodigiose per esserti compagna e guida per le misteriose vie dei cieli del mondo dove il canto ritmico dei tuoi motori dirò ai popoli attoniti della rinata potenza spirituale dell'Italia fascista e romana creata dal Duce. Ferrara ti aspetta con incrollabile certezza ».

Sono venuti pure a trovarci gli onorevoli Diaz e Gianferrari, gli « assi » Ferrarla e Donati, l'ing. Mar-chetti, costruttore degli apparecchi e l'ing. Cattaneo, costruttore dei motori.

Ma i giorni passano senza che le notizie meteorologiche migliorino. Una grande bufera continua a imperversare sulle Alpi e si estende per tutta l'Europa settentrionale. Si scatenano specialmente sul versante svizzero, ogni giorno, temporali violentissimi: dense nubi tolgono ogni visibilità sul territorio germanico e nell'Alta Italia infuriano autentici cicloni con violenti grandinate, tanto che anche i servizi aerei civili sono quasi tutti i giorni sospesi. E impossibile partire. Col tempo sereno l'intiera tappa tra Orbetello e Amsterdam, che è di 1360 Km. potrebbe essere compiuta in meno di sei ore. Ma il valico delle Alpi presenta difficoltà non indifferenti per una squadra di 25 apparecchi che debbono alzarsi a quota di 4000 metri. In un primo tempo era stato progettato il passaggio sul Gottardo che sta a cavaliere di un sistema di laghi e avrebbe permesso ai nostri idrovolanti, in caso di bisogno, di arrivare da una parte o dall'altra o di scendere in uno dei minuscoli bacini prossimi ad Airolo. Il Governo svizzero però interdice il volo sopra codesta zona, che è considerata inviolabile per le vie dell'aria: dovremo quindi oltrepassare lo Spluga. Questo ci obbliga ad un tragitto più lungo, su estese zone alpine, senza possibilità di ammaraggi. Dobbiamo avere il tempo sicuro. E il ritorno dall'America? Esso non potrebbe tardare oltre i primi di agosto, quando il tempo burrascoso incomincia a prevalere sulla rotta del nord Atlantico: ma abbiamo oltre due mesi davanti a noi.

Cosi mentre fin dal giorno 23 la base di Cartwright si può considerare pronta e già sulla spiaggia del Labrador sono stati scaricati i rifornimenti e la stazione radio dell'Alice è in grado di funzionare a perfezione, restiamo ancora bloccati per il maltempo del continente europeo che si è dato il turno col continente americano. L'avversa fortuna mette a dura prova la nostra pazienza per tutti i giorni che restano sino alla fine del mese.

Si può dire che quotidianamente abbiamo il conforto di una parola di incoraggiamento del Duce che mi telefona direttamente a Orbetello oppure si informa presso il mio capo di Gabinetto e ci invita a perseverare nella virtù romana per eccellenza, che è quella di restare impassibili e sereni contro i colpi del destino: la nostra fede si alimenta della sua: il giorno propizio per la partenza non può mancare.

Intanto ci teniamo in continuo allenamento fisico. Il mio mezzo preferito è la bicicletta con la quale faccio lunghi giri per il paese, e nelle campagne circostanti. Ritorno allo sport consuetudinario della adolescenza lontana. Mi segue ora questo ora quel gruppo di ufficiali che condividono con me la gioia di sgranchirsi ogni sera le gambe sul piccolo cavallo d'acciaio.

Ma vi sono giorni vuoti che pesano più degli altri. Una domenica dopo aver ricevuto gli ultimi bollettini che ci danno per impossibile la traversata delle Alpi, decido di recarmi in volo a Punta Ala che dista poche diecine di chilometri da Orbetello. Là si trova mia moglie con i bambini. La mia visita servirà ad alleviare l'ansiosa pena che il destino serba alla mia, come alle altre sensibili compagne degli aviatori.

A Torre Ala, alta e isolata sul Tirreno, in mezzo alla maestosa cornice delle macchie di Maremma, giungo con Cagna e Baldini dopo dieci minuti di volo e trascorro alcune ore di pace ritempratrice. Tra l'altro ritrovo i miei fucili, un magnifico « Express » e un fucile da guerra con cannocchiale che intendo portare con me a Reykjavik e al Labrador per adoperarli nel caso vi siano occasioni di sparare qualche colpo. Dopo colazione in una gaia scorribanda per la macchia, provo queste armi tanto care quanto infallibili. Nella piccola baia sotto gli scogli di Torre Ala è il trimotore «S. 66 » con cui siamo arrivati felicemente ammarando sopra un mare tranquillo e limpido e sul quale ritorneremo verso il crepuscolo a Orbetello. E’ un magnifico apparecchio che ben conosco perché sopra 200 ore di volo che esso ha compiuto, almeno 100 le ha fatte con me. E’ lo stesso idrovolante con il quale sono andato incontro a Genova al " Premier" inglese Mac Donald per condurlo a Roma: lo stesso che ho pilotato nell'aprile scorso allorché insieme con il Duca d'Aosta e con il ministro Jung ho fatto una rapida crociera da Roma alla Libia spingendomi anche da Tripoli a Gadames. Un anno fa lo collaudai, appena uscito dal cantiere di Sesto Calende, per portare personalmente al Duce, imbarcato su una nave da guerra nel Mediterraneo, la posta, che gli sarebbe altrimenti arrivata con gran ritardo. Era il periodo delle manovre navali; ebbi modo in quell'occasione di sperimentare il nuovo idrovolante con ammaraggi in mare aperto, con un'onda alta un metro e mezzo. Il trimotore si era dimostrato all'altezza della fiducia che avevamo in lui riposta: un apparecchio veloce e sicuro. Proprio in questi giorni, dopo i voli difficili compiuti, avrebbe dovuto essere inviato a Sesto Calende per una revisione; contavo anzi di spedirvelo il giorno dopo. Non poteva darmi preoccupazione un volo da Orbetello a Torre Ala.

Invece, come spesso in aviazione, accadde proprio un incidente quando meno me lo aspettavo.

Dopo aver salutato mia moglie e i bambini scendemmo sulla spiaggia, Cagna, Baldini ed io, e ci imbarcammo senza alcuna preoccupazione. Il mare continuava ad essere calmissimo. Il sole scendeva sull'orizzonte nella gloria di un tramonto senza nubi. Era impossibile pensare un decollo più facile. L'apparecchio infatti si staccò dall'onda velocemente. Ma a dieci metri di quota sentii, improvvisamente, che cadeva sul lato sinistro. Non riuscimmo a comprendere sul momento che cosa stava accadendo, se funzionasse male un comando o se un motore si fosse spento. Si tratta sempre in questi casi di attimi brevissimi, ma il ricordo resta impresso nella mente con una precisione straordinaria come se il tempo fosse scandito su una misura ben più lunga. Contraggo tutti i miei muscoli nello sforzo della manovra che dovrebbe riportare l'apparecchio sul lato opposto per raddrizzarlo. Invano. Scendendo dalla parte sinistra con velocità molto superiore a quanto non si possa dire o pensare, l'apparecchio tocca l'acqua con uno scafo e con la punta estrema di un'ala e fa un fulmineo dietro front sull'acqua stessa: nel giro vorticoso uno dei grossi galleggianti, il sinistro, si sfonda. L'idro si sbanda: l'ala destra tocca l'acqua e dallo scafo sfondato, nel quale era il solo capitano Baldini, questi si butta fuori dal finestrino: egli nuota vigorosamente. Cagna ed io siamo completamente incolumi. Grido a Baldini: « Sei ferito?» Mi risponde di no. Infatti se la cava soltanto con un bagno di mare in un'ora e in un costume insolito. Siamo a due o trecento metri dalla costa. In pochi secondi gonfiamo il battellino in gomma che è a bordo, e raggiungiamo la spiaggia. La fulminea scena si è svolta sotto gli occhi atterriti della mia famiglia.

Per fortuna l'idrovolante non appare molto danneggiato. Soltanto lo scafo sinistro dovrà essere sostituito. Nella notte stessa potrà essere tratto a riva per venire poi smontato il giorno dopo e spedito a Sesto Calende. A me preme intanto ritornare immediatamente a Orbetello perché la notte sta scendendo e non voglio far credere a una disgrazia. Baldini si fa portare una maglia e si cambia nella stessa automobile che parte subito. Quando giungiamo all'idroscalo io spero che nulla sia trapelato dell'incidente. Invece, che è che non è, è già risaputo. Mi si affollano intorno i giornalisti che mi chiedono notizie. Un incidente? Rispondo con un'allegra risata: nulla di vero. E l'apparecchio? E già partito per Sesto. Anzi ho provveduto alla compilazione di un telegramma apocrifo che dopo poco rassicura tutti i miei compagni che l’ “S. 66” è giunto regolarmente a destinazione...

La manovra della smentita è fatta per evitare ripercussioni inevitabili sull'animo delle famiglie degli Atlantici proprio alla vigilia della nostra partenza. Un incidente del genere si può verificare molto raramente, uno ogni migliaia di ore di volo. Ma non tutti sono in grado di capire, e il turbamento di qualche vecchio genitore lontano potrebbe influire sugli equipaggi di Orbetello.

Non nascondo però la notizia ai giornalisti americani: i loro quotidiani arriveranno in Italia quando noi saremo già partiti.

Ripensando alle cause che possono aver determinato lo sbandamento del trimotore nel momento delicato del decollo, ringraziamo dentro dì noi la Provvidenza che ci ha miracolosamente salvati. Ora sappiamo che l'apparecchio ha sbandato sulla sinistra per la rottura del comando di un alerone. E stata certo un'imprudenza la mia di partire col trimotore proprio alla vigilia della sua revisione in officina: ma tutto sommato ho la certezza di avere salvato la vita a qualche pilota e insieme anche l'apparecchio, perché la rottura che non ha avuto per noi alcuna conseguenza, sarebbe fatalmente avvenuta in occasione del primo volo dell'apparecchio; probabilmente sulla rotta da Orbetello a Sesto Calende il giorno dopo, allorché passati i primi venti minuti di volo, l'apparecchio sarebbe stato già in quota. In una circostanza del genere la tragedia sarebbe stata quasi sicura. Si trattava dunque di una disgrazia che poteva essere considerata come una fortuna.

Il 23 giunge da Roma Emilio De Bono, Quadrunviro e Ministro delle Colonie, a cui sono legato da affetto fraterno. Caro De Bono! Oggi la barba fine di seta che dà al suo viso un accento cosi arguto, trema un poco di emozione. Ma al primo motto di spirito inquarta e risponde con brio indiavolato: nessuno lo batte in questa scherma. Cosi gettiamo dietro le spalle l'umor malinconico per la nostra lunga attesa. Gli facciamo molta festa. Dice che il Duce segue con vivo interesse l'audace impresa del Decennale, che assicurerà all'aviazione italiana una gloria mai raggiunta o sperata da qualsiasi popolo. Sento nell'abbraccio di De Dono il palpito fermo del suo vecchio cuore: non trema più: e il mio non trema!

Desidero che De Bono assista a una prova generale della manovra di partenza degli apparecchi affinché egli, vecchio soldato, abbia un'idea della disciplina alla quale sono allenati i nostri uomini. Una tromba suona l'adunata al campo. L'ordine di imbarco viene comunicato agli equipaggi che si riuniscono in un lampo sullo spiazzo dell'idroscalo. Io stesso salgo insieme con De Bono sul mio apparecchio mentre le acque del lago sono solcate dalle veloci imbarcazioni che trasportano i 115 uomini della Crociera ai loro rispettivi idrovolanti. Passo con la radio di bordo l'ordine di mettere i motori in moto: e dopo pochi istanti le eliche dei 50 motori girano mentre il cielo si riempie di rombo. In tredici minuti dal momento in cui ha suonato il segnale dell'adunata, tutto sarebbe già pronto per la partenza. Sempre con la radio di bordo ordino di spegnere i motori e di scendere a terra. Nessuno quanto De Bono può comprendere la precisione e l'eleganza di questa manovra compiuta in un idroscalo vastissimo, dove gli equipaggi sono distribuiti su grandi distanze. De Bono è entusiasta. Vedo i suoi occhi risplendere di emozione. Mi dice:

— Che bel comando hai tu! Ora comprendo...

Infatti De Bono tra gli amici miei era stato forse il più accanito nel tentativo di dissuadermi da questa seconda impresa atlantica, che il suo affetto paterno interpretava come una sfida al destino, per me molto pericolosa. La giornata trascorsa con noi all'idroscalo di Orbetello lo ha completamente convinto della bontà delle ragioni che io adducevo, allorché mi domandava che cosa cercassi di ottenere al di là di quanto avevo raggiunto con la Crociera del Brasile. « Cerco » dicevo allora « di servire sempre meglio e piú efficacemente la causa dell'Arma aerea... » Ora De Bono soggiunge, ricordando quelle nostre lontane discussioni: « Avevi ragione... ».

Ma la più alta soddisfazione morale mi proviene come sempre dal Duce che sente tutto, comprende tutto e prevede tutto. Egli è lo spirito animatore, invisibile e onnipresente. Segue tutto il nostro sforzo e intuisce anche la nostra ansietà. Ha verso di me una commovente squisitezza d'affetto. Alla vigilia di un Consiglio dei Ministri che si tiene in quell'ultimo scorcio di giugno, avendogli chiesto se il mio intervento è necessario, risponde di restare tranquillamente ad Orbetello perché nulla è per me più importante della assistenza materiale e morale alla mia squadra. Non passa giorno che gli Atlantici non avvertano la sua grande premura di Capo.

Purtroppo il tempo continua a peggiorare sulle Alpi. Ancora scrosci temporaleschi, abbassamento della temperatura e depressione costante.

La sera del 28 pare che il cielo si decida finalmente a mutare in meglio. Nell'ipotesi che il transito delle Alpi sia libero predispongo per l'alba del 29 la sveglia della partenza. Alle 4 precise i miei uomini sono già sul piazzale dell'idroscalo e si imbarcano. Prima di partire attendiamo la conferma del miglioramento meteorologico sulle Alpi, dove gli sbalzi bruschi sono più frequenti. Purtroppo il bollettino che mi viene recapitato alle 5.15 è nettamente negativo. La nebbia copre tutta la catena alpina, gran parte della valle padana e del territorio svizzero. Non resta che dare il contrordine. Gli equipaggi che hanno passato 25 minuti di attesa febbrile sbarcano dagli apparecchi e riprendono il sonno interrotto.

Questa avversità persistente mi induce a prendere in considerazione il progetto di passare sul territorio francese seguendo il Canal du Midi, la Loire e di proseguire direttamente sino all'Irlanda. Da Parigi, dove il nostro progetto è stato comunicato telegraficamente, si risponde che le autorità francesi sono a nostra disposizione. Il Ministero dell'Aria ha dato ordine anzi al distaccamento dell'aviazione di Bordeaux di tener pronto un gruppo di aeroplani che possa incontrare la squadra dei nostri 25 apparecchi lungo la costa del Mediterraneo per scortarci nel volo sopra il territorio francese.

Ma prima di abbandonare il progetto di traversata in volo delle Alpi che costituisce, per una cosi ingente massa di apparecchi, una grande novità aviatoria, decido di attendere 5 giorni. Se alla fine di questo periodo le condizioni meteorologiche della zona alpina si mantenessero avverse, sceglieremo senz'altro la rotta di Bordeaux.

Cosi passano gli ultimi giorni di giugno. Un invito a pazientare ancora mi giunge dall'America. Il maggiore Reed Laudis presidente dell'Illinois Aero Club, mi scongiura di non precipitare la partenza. Altrettanto hanno fatto e fanno gli aviatori canadesi...

Non tutti gli stranieri però sono così cavallereschi. Ci viene trasmesso un giornale umoristico d'oltr'alpe nel quale figura una grande caricatura con ragazze americane che ci vengono incontro sull'Atlantico sopra barchettine di carta. Esse dovrebbero traversare l'oceano più velocemente di noi. In un altro giornale sono rappresentate folle di poveri diavoli che aspettano sul versante atlantico gli apparecchi italiani: aspettano da tanto tempo che crescono loro i funghi sui piedi... Non per questo ci impazientiremo. Le ragazze americane le andranno a trovare e a confortare tra non molto i miei ragazzi e quanto ai funghi, essi sono forse la riproduzione di quelli che crescono sul cervello del disegnatore. Prendiamo tutto con santa giovanile giocondità.

Intanto Mussolini approva il mio progetto di deviare la rotta nel caso che il tempo non migliori entro 5 giorni: e la sua parola, come sempre, è rasserenatrice.

Nella notte fra il 30 giugno e il 1° luglio i bollettini parlano chiaro, finalmente! La via delle Alpi è sgombrata e per tutta l'Europa Centrale il tempo promette bene. L'ora propizia per iniziare il gran volo è dunque arrivata.